Ecco perché i medici scelgono di morire in maniera diversa

Da ormai alcuni (anzi, troppi) anni in Italia assistiamo al dibattito pubblico sulla morte assistita – la cosiddetta eutanasia – contrapposta alla pratica nota come accanimento terapeutico.

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La morte assistita è in pratica la possibilità di scegliere (o di far scegliere ai propri famigliari qualora non si sia in grado di farlo) di interrompere le cure o di indurre la morte prima che le sofferenze causate da una malattie incurabile giungano al limite del tollerabile.

Principali sostenitori dell’eutanasia risultano essere proprio i medici. Questi ultimi hanno esperienza diretta delle malattie terminali, quelle per cui non vi è alcuna via di scampo. In questo caso i medici sono costretti, in pratica, ad allungare le sofferenze del proprio paziente.

Uno dei casi più eclatanti ai quali abbiamo purtroppo assistito in Italia è quello di Piergiorgio Welby, che dopo aver condotto una lunga battaglia (senza risultati) per ottenere il diritto all’eutanasia, si è ritrovato costretto a farlo andando contro alle attuali norme dello Stato, con il rischio che il proprio medico e i familiari coinvolti nella decisione andassero incontro a conseguenze penali.

Chi lavora in questo settore sa bene che una malattia terminale è causa di atroci sofferenze e nient’altro – spiega Ken Murray, medico americano che da anni si batte in favore del suicidio assistito.

Murray continua raccontando l’esperienza di un suo collega, al quale fu diagnosticato un nodulo allo stomaco ad uno stadio avanzato: «Quando venne a conoscenza della diagnosi, semplicemente non fece mai ritorno in ospedale. Morì dopo qualche mese, che trascorse insieme alla sua famiglia, senza sottoporsi ad interventi chirurgici e chemioterapie».

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Non sempre infatti operazioni e trattamenti invasivi riescono a curare il male che affligge; spesso non fanno altro che allungarlo. O meglio, allungano la “vita” fatta di continui interventi, terapie, dolori, sofferenze fisiche e della psiche.

L’attivista in favore del suicidio assistito sostiene che l’accettazione di se stessi e della propria condizione non curabile avviene più facilmente qualora si impieghi il tempo rimasto in un ambiente familiare, non in un ambiente medico fatto di stress, di volti sconosciuti, di accanimento.

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