Provare gratitudine verso gli altri è molto di più di un semplice “Grazie”

Nella vita di tutti i giorni si dice “grazie” se qualcuno ci rivolge un saluto o compie una gentilezza nei nostri riguardi. È una convenzione sociale, un modo di riconoscere l’esistenza degli altri e anche di vedere riconosciuta la nostra. Si tratta di rendere possibili le normali interazioni sociali senza più frizione di quanta non sia strettamente necessaria.

Ma tra dire “grazie” e provare gratitudine c’è un bel salto. La gratitudine va al di là della buona educazione di chi sa stare in società, è invece un atteggiamento gioioso determinato da un atto di cortesia e di bontà.

Certo che se si va a vedere l’etimologia del nostro banale “grazie” quotidiano, si vede che in realtà quell’atto verbale di mera civiltà tanto banale non è, perché con quel “grazie” non si fa che chiedere al Padreterno di concedere le sue grazie, appunto, a chi ci ha fatto del bene.

 

Ma naturalmente tutto questo nell’uso quotidiano non ha più alcun peso e crediamo siano pochissimi quelli che conoscono l’origine religiosa del “grazie” che rivolgiamo a chi ci tiene la porta aperta o ci dice che ora è.

Ringraziare dovrebbe essere molto di più di un riflesso automatico. Dovrebbe essere il riconoscimento di essere stati collocati, sia pure solo per pochi istanti, al centro dei pensieri di qualcuno. Ci è grato chi si sente considerato, tenuto presente, valorizzato.

Certo però che il sentimento della gratitudine non è da tutti. Per alcuni il grazie è solo un pro forma, un minuscolo dovere sociale senza conseguenze. Per altri, poi, la gratitudine è del tutto sconosciuta. Si tratta di individui dalla personalità narcisistica che hanno solo e soltanto loro stessi al centro del loro mondo emotivo e quindi non possono fare spazio a nessun altro.

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Pensiamo a tutto questo, la prossima volta che diciamo “grazie”.

Queste idee valgono oro… Altro che lattine!