Stiamo distruggendo l’antivirus del pianeta: la metà delle foreste non c’è più ed è colpa nostra

deforestazione e pandemie

Stiamo distruggendo l’antivirus del pianeta: la metà delle foreste non c’è più ed è colpa nostra.

In un articolo pubblicato sul National Geographic a novembre 2019, Katarina Zimmer ammoniva circa la possibilità che la deforestazione in atto in molte parti del pianeta avrebbe potuto scatenare una nuova pandemia.

Per spiegare il meccanismo ricordava come, nel 1997, gli incendi appiccati dall’uomo nelle foreste pluviali dell’Indonesia – per fare posto all’agricoltura – avessero costretto i pipistrelli che ci vivevano a fuggire altrove in cerca di cibo.

Non molto tempo dopo che quegli animali si erano insediati sugli alberi dei frutteti della Malesia, i maiali allevati lì intono avevano cominciato ad ammalarsi, dopo che avevano mangiato frutta caduta dagli alberi che era stata sbocconcellata dai pipistrelli. Poi si erano ammalati anche gli allevatori di maiali.

Stiamo distruggendo l’antivirus del pianeta: la metà delle foreste non c’è più ed è colpa nostra

Ne erano morti 105, a causa di una grave infiammazione cerebrale. Quella fu la prima eruzione del virus Nipah, che da allora torna a farsi vivo periodicamente nel Sudest asiatico.

Come scriveva la Zimmer solo quattro mesi fa, “(la Nipah) è una delle molte malattie infettive che si sono trasmesse all’uomo nelle aree che stanno subendo una rapida deforestazione.

Negli ultimi vent’anni una crescente quantità di evidenze scientifiche suggerisce che sia la deforestazione, innescando una complessa catena di eventi, a creare le condizioni per la diffusione all’uomo di un vasto numero di patogeni mortali…”.

Probabilmente furono parole profetiche, non solo perché la pandemia poi è arrivata – e noi italiani la stiamo subendo più pesantemente di altri – ma anche perché pare proprio che anche all’origine della diffusione del Coronavirus ci siano ancora una volta i pipistrelli.

LEGGI ANCHE:  Coronavirus, il commento di Carlo Conti dopo lo 'stop' a 'La Corrida'

Non è ancora chiarissimo come, però.

Dozzine di contagiati cinesi lavoravano nel mercato all’aperto di Wuhan, che come molti altri mercati cinesi si caratterizzava anche per la vendita di animali vivi.

All’inizio alcuni studiosi cinesi ritennero di aver individuato nel pangolino l’origine del virus. Il pangolino è un animale che non si può ufficialmente commerciare in Cina, ma che appunto per questo è oggetto di un vasto contrabbando. È ambito sia per la carne che per le scaglie.

Solo che guardando meglio si è visto che il Coronavirus presente nei pangolini non era geneticamente lo stesso di quello presente negli umani.

Una maggiore somiglianza genetica esisteva invece con quello presente nei pipistrelli. Di qui l’ipotesi, non definitivamente confermata, ma piuttosto robusta, di una origine del Covid-19 da questi animali.

Morale della favola: in ogni caso, che si tratti di deforestazione o di pratiche commerciali assai disinvolte, la colpa di tutto quello che ci sta succedendo è solo nostra.

Seguici su google news!
Potrebbe interessarti anche...